Parte 2 – L’alpinista: dalle Alpi al mondo

Pubblicato il 15/11/2022

Toni si avvicina alla montagna all’inizio degli anni ’30, quando è appena maggiorenne. Frequenta il gruppo della Giovane Montagna di Vicenza, un’associazione alpinistica di ispirazione cattolica, di cui diventa presidente nel 1936, a soli 22 anni. Si tratta quasi di una vocazione, tanto che scriverà in una lettera del 1945: “Spiritualmente (e sarei tentato di dire anche fisicamente) alpinisti si nasce; se non se ne ha la stoffa, alpinisti non si diventa, né per opera propria né – tantomeno – per opera altrui. […] in questo appunto sta la superiorità sua [dell’alpinismo]: nell’essere un continuo divenire, nell’essere una attività spirituale e fisica che non patisce classificazioni perché tutti coloro che la praticano sono creatori essi stessi d’una propria del tutto soggettiva fin dal nascere, bada bene, fin dal nascere, autoeducazione e mentalità alpinistica.”
Inizia la sua attività nelle Dolomiti ma già nel 1937-38 si avventura con gli amici nelle Alpi Occidentali, nel gruppo del Rosa e sul Cervino. A partire dal 1939, pur rimanendo vicino al gruppo vicentino, inizia a dedicarsi ad imprese di più ampio respiro che meglio affineranno le sue possibilità.

1939_10 agosto_i 5 del cervino

Poco dopo apre la sua prima via: sul monte Pasubio, nelle Prealpi vicentine, la parete est del Soglio Rosso che “per poco non era costato il crollo del Pasubio intero, tanti erano stati i macigni tirati giù da lui e dal compagno” scriverà il suo amico Gianni Pieropan.
Fin dal principio, l’alpinismo è per Toni un’attività di cordata, anche se comprende ed accetta l’approccio delle solitarie, seguito da altri alpinisti. In una intervista del 1969 dirà: “Per i miei principi e i miei sentimenti, gioisco di una ascensione in montagna quando posso dividere questa gioia con gli altri. Ma se un alpinista raggiunge la massima soddisfazione interiore isolandosi, posso comprendere che egli compia una ascensione solitaria. Specialmente se in questa condizione esalta il suo spirito di competizione.”
Nel 1940 si trasferisce in Valle d’Aosta (link all'articolo parte 1) ed il centro della sua attività viene spostato a ovest, ma il 9 luglio del 1943 è di nuovo in Dolomiti per la prima ascensione della “direttissima” all’Anulare delle Cinque Dita, insieme ad Alessandro Miotti, con difficoltà di V grado superiore. Sulle guide moderne, la via è descritta come “ardita arrampicata su roccia in parte molto friabile, pochissimo ripetuta”. Ironicamente, si trova a pochi passi da quel Sasso Piatto su cui lo attenderà la morte nel 1970.

Toni Gobbi
Toni Gobbi


Sempre nel 1943 insieme a Miotti, Nicolino e Troi sale la Cresta des Hirondelles alle Grandes Jorasses (4208m) tracciando una variante.
Nell’estate del 1944 è la volta della “via Gobbi” al Pic Gamba (3069m) insieme ad Augusto Frattola. È la prima volta che i due arrampicano insieme, ma Toni decide di lanciarsi nonostante le perplessità di sua moglie Romilda. Su quest’avventura scriverà poi un articolo su Lo Scarpone, la rivista del CAI, concludendo che in vetta troverà anche “la soddisfazione del marito che l’ha spuntata sulle argomentazioni della moglie.”

Toni Gobbi


Tanti anni dopo, il suo amico Sir Anthony Rawlinson scriverà che Toni “non si considerava particolarmente dotato come scalatore. Ma con il duro lavoro, l'intelligenza e la forma fisica si è reso un maestro riconosciuto della sua professione.” Lo hanno sempre guidato la determinazione e la passione. In un articolo su Lo Scarpone del 1944 dirà che “i muscoli nulla valgono senza un cuore che li dirige ed una passione che li esalta”.
Nel 1946 Toni diventa guida alpina, ma continua l’attività alpinistica di alto livello che secondo lui è fondamentale per l’adeguata preparazione della guida. L’alpinismo sarà sempre per lui una attività completa e pervasiva: “ai giovani dico che della montagna devono saper comprendere non soltanto l’aspetto sportivo, le sue rocce, i suoi ghiacciai, le sue pareti e le sue creste, ma anche i suoi fiori, i suoi animali e, soprattutto, i suoi abitanti per arrivare a rispettarli come essi si meritano” dirà in una intervista del 1969.
Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, mio nonno sposta la sua attenzione alle ascensioni invernali. “Quello delle salite invernali è sempre stato un mio chiodo fisso, se non altro come palliativo a certe mie aspirazioni himalayane” si legge nei suoi appunti.
In quegli anni, la definizione delle invernali non è univoca, e le salite effettuate nel mese di marzo vengono tendenzialmente considerate invernali. Scrive infatti Toni: “Un argomento spinoso è il periodo entro il quale una salita può essere considerata invernale. Ho conosciuto in proposito vari alpinisti, ma nessuno di essi mi ha dato una risposta esauriente, né d’altro canto mi consta che esista sinora un accordo – sia pur tacito e dovuto alla consuetudine – su tali confini. Sarebbe perciò augurabile che in occasione di qualche raduno dei più noti alpinisti militanti europei – a somiglianza di quanto avvenuto due anni fa a Chamonix per ciò che si riferisce alla graduazione delle difficoltà – venisse detta una parola definitiva in proposito. Da parte mia penso che uno solo possa essere il criterio da seguire, e precisamente che salita invernale debba esser considerata solo quella nella quale esistano appieno i fattori 1 (la brevità delle ore di luce a disposizione) e 2 (il freddo intenso) cui sopra ho accennato. Ne consegue che si dovranno seguire le date del calendario (21 dicembre – 21 marzo) o quelle dell’inverno alpino (1 dicembre – 31 marzo). Oltre tali date non penso sia possibile spingersi, appunto perché fuori di esse si affievolisce notevolmente l’importanza dei due suddetti fattori.”
Il 24 marzo del 1948 realizza con François Thomasset, guida alpina e cognato di Toni (è il marito di Elvira, la sorella di Romilda) la prima salita invernale della Cresta des Hirondelles alle Grandes Jorasses. “fu François a lanciare il sasso ed io non potei fare a meno di raccoglierlo” scrive Toni.

Toni Gobbi

Il 26-27-28 febbraio del 1949 compie la prima ascensione invernale della Cresta Sud della Aiguille Noire du Peuterey (3773m) insieme ad Enrico Rey, nipote di Emile Rey (1846-1895) noto come “Principe delle guide” e primo salitore della Aiguille Noire stessa (1877), della Aiguille Blanche (1885) e di tutta la cresta di Peuterey (1893).
Nel racconto dell’impresa, Toni scrive “L’ora più bella della Cresta Sud della Noire è senz’altro quella del tramonto, quando l’ultimo sole con ampie pennellate arancioni ne cesella il granitico crinale rendendolo ancor più ardito ed armonioso […]. La roccia allora prende vita, ti sembra di averla lì a portata di mano, franca e leale, dolcemente tiepida sotto la carezza degli ultimi raggi. […] Ed è uno spettacolo che mi esalta e mi mette dentro un’impazienza imperiosa di arrampicare, di ritrovarmi soprattutto su quella via, che mille altre ne farò ma nessuna così bella ed entusiasmante. Perché sulla Cresta Sud ci sono andato d’inverno proprio per il desiderio di ritrovarmi, al tramonto, sul suo granito in mezzo a quel trionfo di luce, a godermi l’ultimo tepore del sole sulla roccia. […] Non fu il desiderio di una affermazione alpinistica quello che mi decise a partire ad ogni costo, bensì il bisogno assoluto di arrampicare, e di arrampicare sulla Cresta Sud della Noire.”

Toni Gobbi

Il 28 febbraio Enrico e Toni stanno rientrando e si godono appieno il momento: “Ed allora, nonostante tutto, nonostante le mie mani siano in uno stato pietoso, ligio alle mie tradizioni ordino l’alt e mi concedo una pipata, la prima e l’ultima della giornata: è il premio – e lo centellino in tutti i sensi – che mi concedo invariabilmente sulla via del ritorno da ogni ascensione: non c’è santo che mi faccia rinunciare a questo quarto d’ora di distensione completa del sistema nervoso e muscolare, di tutto il mio io insomma: gli occhi spaziano liberamente all’intorno, la mente non più preoccupata da quel che m’attende dopo, lascia correre dove vogliono i suoi mille pensieri, l’orgoglio della vittoria mi canta dentro e già la nostalgia di quello che è stato mi si insinua nell’animo e lo fa soffrire dolcemente, dolcemente.”
All’inizio di marzo del 1953 Toni incontra il collega guida Arturo Ottoz, e, come si legge nei suoi scritti “ci sorprendiamo con lo sguardo inconsciamente rivolto ai ghiacciai là in alto e comprendiamo che il nostro improvviso silenzio nasconde un germogliar di progetti molto simili. Nessuna voglia di disarmare nonostante i 43 anni suonati di Arturo ed i miei quasi 40, […] prime voci di una prossima spedizione italiana al K2: ce n’è abbastanza per trovare in un attimo l’accordo completo su qualcosa di veramente duro”. I due non hanno mai scalato insieme, ma in Toni è forte “il vivissimo desiderio, la curiosità, il piacere di far cordata con Arturo.” L’obiettivo scelto è la prima salita invernale della via Major al Monte Bianco. Domenica 22 marzo Toni ed Arturo partono dal rifugio Torino, con gli sci “per garantirci un ritorno dalla vetta meno faticoso e più rapido”. Con l’obiettivo di risparmiare peso, Arturo accorcia un vecchio paio di sci e Toni prende quelli del figlio di 8 anni. Dopo una notte al bivacco della Fourche, i due partono alle 4:45 per scendere sul ghiacciaio della Brenva ed attaccare la via.

Toni Gobbi with Arturo Ottoz

Si alternano al comando della cordata, e Toni ammira le qualità tecniche di Arturo: “io rivedo quel fisico pur squadrato, tarchiato, possente divenir elastico, leggero elegantissimo; divenire mirabile ornamento di una meraviglia naturale quale è questo candido e aereo filo di cresta. Su ghiaccio Arturo è davvero un essere superiore. Preciso: le sue capacità e la sua sicurezza tecnica sono insite nella sua natura di montanaro […], ma in lui sono esaltate da questa sua calma nervosa”.

Toni Gobbi with Arturo Ottoz
Arturo Gobbi with Arturo OttozAlle 20:30 del 23 marzo 1953, Toni ed Arturo sono in cima al Monte Bianco (quasi 16 ore dopo essere partiti dal bivacco). “Ci serriamo l’un l’altro in uno di quei gesti di amicizia che invano ti sforzeresti di ripetere in pianura; felici d’esserci finalmente conosciuti a pieno, d’aver vissuto insieme la splendida avventura. Ce lo diciamo a vicenda con un groppo alla gola. Il plenilunio inonda di luce l’immensa solitudine e l’assoluto silenzio che ci circondano”.
La Stampa del 26 marzo 1953 titola “Su una vetta del Bianco da una verticale di mille metri – un’altra audacissima impresa alpinistica.” Nell’articolo viene intervistato Toni, che precisa che “Occorre salire fidando nella presa dei ramponi ed in Dio. Fortunatamente la coltre nevosa tiene e i 12 punte superleggeri Grivel (link all'articolo correlato) funzionano a dovere.”
Purtroppo Arturo morirà tre anni dopo nel 1956, a soli 47 anni, travolto da una valanga proprio alla base della via Major. Toni dedicherà proprio a lui il racconto della loro impresa invernale: “A te è dedicato, Arturo, questo scritto. Scusami se in esso non ho saputo che lontanamente riecheggiare le parole d’ammirazione e di gratitudine che seppi dirti allora, nel silenzio puro della vetta. […] So ben che le lodi ti infastidivano quanto i riconoscimenti ti erano graditi! È forse per questo che hai voluto rimanere lassù. Per non sentire lodi inutili sulla tua bara, pago dei riconoscimenti che i tuoi compagni di cordata ti esprimevano commossi là, sul breve riquadro della vetta, in un attimo di completa sincerità e di profonda gratitudine.”
Come previsto da Toni ed Arturo, nei mesi successivi gli italiani organizzano effettivamente una spedizione al K2, seconda montagna più alta della terra, conquistandone l’inviolata vetta il 31 luglio del 1954. Con sua grande delusione e dispiacere, Toni non viene selezionato per questa impresa. Non sarà l’unico illustre escluso: anche Riccardo Cassin rimarrà fuori dal gruppo.
La carriera alpinistica di mio nonno è però tutt’altro che finita, ed anzi arriva nel suo periodo d’oro proprio nel biennio 1957-1958. Nell’estate del 1957 Walter Bonatti, che proprio in quell’anno si è trasferito a Courmayeur, si presenta in negozio da Toni a Courmayeur e gli propone di affrontare insieme l’ultimo grande itinerario ancora da aprire sul versante italiano del Monte Bianco, il Grand Pilier d’Angle (4234m, un pilastro di mille metri che sale dal bacino della Brenva e si ricongiunge alla Cresta di Peuterey), che era una grande aspirazione di entrambi. Toni non esita e i due decidono di partire, senza però rivelare a nessuno la loro destinazione, se non a Romilda (moglie di Toni) che dovrà però tenere un rigoroso silenzio.

Toni Gobbi

Il Grand Pilier d’Angle è un tema caldo dell’estate 1957: come riportato dalla Gazzetta Sera del 5 agosto di quell’anno, altri due gruppi sono a Courmayeur pronti a sferrare l’attacco (una cordata francese ed una svizzera), ma sono Toni e Walter a partire per primi.
I due lasciano il Rifugio Torino il 31 luglio alle 14:30 e arrivano fino ai piedi della parete del Pilier d’Angle, dove bivaccano. Hanno con loro il minimo indispensabile: “2 corde da 41 metri (una diametro 8,5mm e una 10mm), 35 chiodi di ogni dimensione, cinque cunei di legno, cinque staffe, due piccozze Grivel, un solo paio di ramponi, una tendina da bivacco e mezzo chilo di marmellata, di zucchero, di cioccolata, di biscotti e di latte in polvere. Niente borracce e niente fuoco: dobbiamo essere leggeri al massimo”.
Nel racconto della salita, che sarà pubblicato dalla rivista Epoca, Toni si definisce “il vecchio” e Bonatti “il giovane”. Alle 6:30 del 1 agosto attaccano il Pilier, scalando fino alle 20:30 per salire i primi 300 metri di dislivello. “Un po’ poco! Via grandiosa ma roccia troppo spesso “traditora”. Il vecchio fuma la pipa; poi a mezzanotte scopre una stella cometa, sveglia il giovane ed ambedue se l’ammirano per mezz’ora, mentre splende tra Aiguille Verte e Grandes Jorasses.”
Dopo il bivacco, il 2 agosto ripartono, “la roccia è decisamente migliorata, più sana, più granitica e anche – se possibile – più strapiombante: ma il giovane e il vecchio sono partiti in cerca di difficoltà “simpatiche e franche” e non si lamentano. Il ritmo e la gioia dell’azione sono perfetti: ci voleva, perché ora non c’è tratto di corda che non abbia il suo buon passaggio di sesto grado, a volte in arrampicata artificiale, più spesso in arrampicata libera.” Affrontano il passaggio chiave, un diedro di 40 metri che Bonatti risolve brillantemente. In cima alle difficoltà di roccia, tagliano i cunei residui a strisce, danno loro fuoco e si fanno acqua sciogliendo la neve, con l’aggiunta di zucchero. È poi la volta del terreno misto, prima del nuovo bivacco su un altro terrazzino.
Il 3 agosto partono alle 6:30, completano il tratto che li separa dalla cima del Pilier alla quale arrivano alle 10. “il vecchio spunta sul vertice e accende la pipa per nascondere le lacrime che, di sotto gli occhiali, gli scendono a rigare il volto perché il giovane gli sta stringendo entusiasta la mano e dice, con un sorriso luminoso “Grigio, ce l’abbiamo fatta!”.

Toni Gobbi

È poi la volta del tratto di ghiaccio, che è la parte finale della cresta di Peuterey. Toni e Walter arrivano in cima al Monte Bianco alle 18:30, l’impresa è compiuta. Hanno piantato una settantina di chiodi, di cui solo 4 lasciati in parete. Scendono poi al Rifugio dei Grand Mulets, dove pernottano, per risalire il giorno dopo all’Aiguille du Midi poi al Colle del Gigante e giù a Courmayeur (ricordiamo che il traforo del Monte Bianco aprirà solo nel 1965), dove saranno accolti da una folla in festa.
In un articolo del 5 agosto sulla Gazzetta Sera, si legge che “L’ammirazione che suscita la loro impresa fra tutti i conoscitori dell’alta montagna, tra tutti i sesto-gradisti, è letteralmente sconfinata.” Nel suo libro “Montagne di una vita”, Bonatti definirà questa via “Un itinerario difficile ed elegante in ambiente grandioso”.
Il 1957 continua in grande stile. Toni è chiamato a partecipare alla Spedizione Italiana alle Ande Patagoniche, diretta dall’imprenditore Guido Monzino (figlio di Franco Monzino, fondatore dei grandi magazzini Standa) e composta da un folto gruppo di Guide del Cervino, tra cui Jean Bich, Camillotto Pellissier, Leonardo Carrel e Pierino Pession.

Toni Gobbi

Il gruppo parte il 21 novembre da Milano e per Toni è la prima volta in aereo! Nonostante il coraggio mostrato più volte in montagna, il volo lo inquieta. Scrive così alla moglie: “Purtroppo è come temevo, soffro e non sono tranquillo. […]. La prima ora è stata un inferno, non il decollo che non mi ha fatto impressione, ma quel lento salire per raggiungere la quota prefissa per il volo, 5000m. Sto benedetto aereo non saliva, non saliva mai! Naturalmente dentro di me le previsioni più nere: non ce la fa, non ce la fa! […]. Ho invidiato come non mai quelli che sono andati per mare.”

Toni Gobbi

Arrivati in Patagonia, l’ascensione è rallentata dal maltempo, con tormente di neve ed il famoso vento patagonico, con raffiche ad oltre duecento chilometri orari.  Scrive Monzino nel libro “Italia in Patagonia”: “è sempre imprevedibile la potenza di questo elemento [il vento]; per oltre cinquanta giorni abbiamo odiato il vento e amato il Paine.”

Toni Gobbi


Toni è l’unico “esterno” nel folto gruppo delle guide del Cervino e deve gestire politicamente la situazione e le dinamiche di gruppo, per non essere escluso ed isolato dagli altri.
La vetta del Paine Principal viene raggiunta il 27 dicembre 1957, dopo un mese di fatica e tre tentativi, da Bich, Carrel, Pellissier, Pession e Toni stesso.

Toni Gobbi

“Ieri 27 dicembre abbiamo raggiunto la vetta massima del Cerro Paine che al nostro altimetro ha accusato un’altezza di 3835m. […] La vittoria è arrivata grazie ad una giornata non bella ma passabile, grazie alle capacità tecniche e alla decisione di Bich e, modestamente, degli altri 4, e in buona dose grazie ad una mia azione diplomatica che è riuscita finalmente a dissipare quel senso di animosità tra i vari membri in modo che le forze di tutti han finalmente voluto la conquista. Ne sono felice. […] Ora tutto è a posto e tutti sono intimamente felici della risoluzione e tutti d’accordissimo. Difficoltà molto sostenute tipo via Major al Bianco (più breve però come dislivello), sono felice di essere stato della partita anche io.”

Toni Gobbi

“Le mie impressioni sulla vetta? Tranquillità d’animo, un po’ d’orgoglio per essere uno dei 5 a calcare un terreno mai toccato prima da piede umano, pieno di affetto per i 4 compagni di avventura con i quali ci siamo scambiati un bacio fraterno e veramente sentito e felice. Erano passate le 5 del pomeriggio ma senza preoccupazione per il ritorno, che fu pieno di calma e meraviglioso quando alle 10 di sera, finite le difficoltà, sul plateau del ghiacciaio la luna, anzi la mezza luna, ci apparve improvvisa dietro una guglia di ghiaccio a illuminare di una pallida luce la distesa candida spazzata dal solito vento. Rientro davvero indimenticabile e caro al mio cuore di entusiasta degli spettacoli più belli della natura.”
Il 27 gennaio il gruppo riparte da Punta Arenas per Rio Gallegos, poi Buenos Aires dove all’Ambasciata d’Italia vengono tenuti una conferenza stampa ed un ricevimento. Poi proseguono in volo per arrivare infine a Malpensa la sera del 5 febbraio 1958.
In quegli anni, però, il grande terreno di gioco extraeuropeo è concentrato sulle grandi montagne dell’Himalaya e del Karakorum. Nel 1950 ad opera dei francesi viene conquistato il primo 8000, l’Annapurna (8091m). Nel 1953 è la volta dell’Everest a 8848m (spedizione inglese) e nel 1954 gli italiani salgono il K2 (8611m). Entro la fine del 1957 sono 11 su 14 gli ottomila conquistati.
Nel 1958, il CAI decide di organizzare una seconda spedizione nazionale in Karakorum, dopo quella sul K2. L’obiettivo iniziale è il Gasherbrum I (8068m, noto anche come Hidden Peak, ancora vergine), ma la difficoltà di ottenere i permessi, dati poi alla spedizione americana guidata da Clinch che arriverà in vetta il 5 luglio, porta una revisione degli obiettivi secondo un approccio nuovo verso una montagna tecnicamente molto difficile ma terribilmente affascinante, il Gasherbrum IV, alta 7925m e conosciuta come “montagna scintillante” grazie alla sua enorme parete ovest che quando colpita dal sole risplende e abbaglia.

Toni Gobbi

A differenza della spedizione al K2, quella al Gasherbrum IV non si basa su regole ferree ed una forte dipendenza gerarchica dal capo spedizione, ma sulla reciproca stima e fiducia del gruppo degli alpinisti. Ne fanno parte Riccardo Cassin (capo spedizione), Walter Bonatti, Carlo Mauri, Giuseppe De Francesch, Giuseppe Oberto, Donato Zeni (medico), Fosco Maraini (orientalista, cineoperatore e fotografo) e Toni che viene nominato vice-capo spedizione.

Toni Gobbi

Il gruppo parte il 30 aprile 1958 da Genova sulla nave “Victoria”. Il morale è molto alto, scrive infatti Toni in una delle prime lettere a Romilda “tuo marito è un bel matto, ma questa volta è felice di esserlo: perciò stai tranquilla che il mondo è nostro.”
A Suez il bastimento si ferma un paio di giorni ed il gruppo di alpinisti ne approfitta per una visita al Cairo e alle piramidi. La nave arriva a Karachi il 12 maggio, e Toni sfrutta le due settimane di navigazione per studiare l’inglese e imparare a nuotare nella piscina di bordo. Scrive in una lettera del 8/5 “proprio oggi, con le ultime nuotate, posso dire di saper nuotare benino. Tutti mi fanno i complimenti perché mi dicono che rarissimi sono quelli che alla mia età possono imparare e aggiungono che in ogni caso non hanno mai visto nessuno, bambini compresi, imparare in 5 giorni”.

Toni Gobbi

Da Karachi a Rawalpindi, poi in volo fino a Skardu e quindi su fino ad Askole (3050m), ultimo villaggio prima delle montagne, dove arrivano il 4 giugno. Lì organizzano il trasporto fino al campo base assoldando quasi 500 portatori, in mezzo a mille difficoltà logistiche ed operative. Il 15 giugno, dal circo Concordia (punto di confluenza dei ghiacciai della zona), Toni scrive: “Ora siamo entrati nel cuore dei nostri monti, e la loro visione ci aiuta a trovare la forza per giungere al sospirato giorno in cui, licenziati tutti i portatori, ci troveremo da soli a tu per tu con la vetta per la quale siamo venuti fin qui. Questa notte dormivamo proprio ai piedi del versante Baltoro del Gasherbrum […] davanti a noi c’è il K2, il Broad Peak, la Torre Muztagh, tutta una corona di cime famose che ormai non speravo più di poter vedere.”
Il gruppo arriva al Campo Base, e lì gli alpinisti iniziano a lavorare sulla montagna. Il 22 giugno allestiscono il Campo I a 5600m, poi il 25 giugno il Campo II a 6100m. Scrive Toni dal Campo II, il 2 luglio: “Sappi solo che sono in forma smagliante e che con Bonatti ed Oberto ho piantato, scelto il posto, fatto l’itinerario del Campo Base (5150m) e dei campi I (5650m), II (6150m) e III (6450m). Poi con Bonatti ho risalito quasi completamente la seraccata che porta al Colle Est, giungendo a quasi 7000m e risolvendo uno dei più importanti problemi della salita. […] Insomma fino ad ora sono stato l’uomo di punta, unitamente a Walter col quale l’accordo è perfetto e con il quale condivido tenda, speranze, pensieri e fatiche.”

Toni Gobbi

Il 6 luglio allestiscono il Campo IV (6900m) ed il 9 luglio è la volta di Campo V a 7200m. Il 10 luglio ed il 14 luglio Bonatti e Mauri sono impegnati nei primi due tentativi di vetta, senza successo, poi arriva il maltempo e devono tutti ripiegare al Campo Base.
Il 22 luglio Toni scrive dal Campo Base : “Moralmente sono nell’equilibrio più perfetto. So che la cordata che dovrà giungere in vetta è quella di Walter e di Mauri e sono pienamente ed intimamente convinto che è giusto che siano loro ad avere tale soddisfazione; ho accarezzato, nei primi 15 giorni di spedizione, la possibilità di essere io a condividere con Walter la gioia della conquista, ma rimessosi Mauri ho con tranquillità e senso della realtà capito che se la mia poteva essere una possibilità (a 44 anni non si può e non si deve forzare) la sua era una realtà bella e buona e mi sono ritirato starei per dire senza rimpianto cocente, ma con rimpianto … ragionato. C’era da tener presente “il margine” e l’ho tenuto ben presente, in via fisica soprattutto.” Bonatti e Mauri sono nati nel 1930, hanno quindi entrambi 16 anni meno di Toni.
Il 24 luglio parte un secondo assalto alla montagna. Il 25 luglio Toni scrive: “Prima di iniziare il nuovo attacco, perché esso è già cominciato da ieri mattina, secondo un piano organizzativo da me predisposto e da tutti accolto senza alcuna discussione, anzi con pienissima approvazione. […] Tutti penseranno che Bonatti e Mauri, sostenuti come saranno da tutti noi scaglionati nei vari campi e pronti ad aiutarli ed a spingerli in su, ce la faranno. Io personalmente me lo auguro di tutto cuore per mille e mille ragioni: se non altro perché ho rinunciato a velleità di arrivare lassù pure io, pur di vedere realizzato il piano da me predisposto e che, a tavolino almeno, pare non fare una grinza. D’altro canto tutti ormai siamo … nel secondo stadio di attuazione delle spedizioni: finirla fuori purché 2 arrivino su, chiunque siano.”

Toni Gobbi

Il 3 agosto Bonatti e Mauri, aiutati da Toni e da De Francesch, fissano un sesto Campo a 7550m. Toni e De Francesch scendono, mentre Bonatti e Mauri tentano la vetta senza successo il 4 agosto e poi di nuovo il 6 agosto: alle 12:30 sono in cima, dove sventolano la bandiera italiana e quella Pakistana. L’arrivo in vetta è un successo di tutta la squadra e figlio del lavoro congiunto. Nella lettera del 13 agosto di Toni si legge: “Non ti nascondo che sono orgoglioso intimamente di me, che ho la riconoscenza ed il riconoscimento incondizionato di Walter e di Mauri per quanto fatto per loro, e la chiara ammirazione di tutti gli atri.” Poi il 17 agosto: “Grazie a Dio siamo (e posso ben dire “siamo”) arrivati in vetta, ormai stavamo quasi per disperare e sembravamo sotto un incubo che diventava intollerabile ogni giorno di più”.

Toni Gobbi with Bonatti

Il 13 agosto il gruppo riparte dal Campo Base, ed arriva in Italia il 3 settembre (questa volta in aereo), oltre 4 mesi dopo la partenza. La spedizione al Gasherbrum 4 è un grande successo prestigioso per l’Italia. Basti pensare che la via del 1958 non è stata ancora ripetuta, e la vetta della montagna ad oggi è stata raggiunta solo altre tre volte: nel 1986, nel 1997, e nel 1999.
Questa spedizione sarà l’ultimo grande successo alpinistico di Toni, che negli anni successivi si concentrerà soprattutto sul lavoro di guida e sul negozio.
Grazie alle sue imprese e alle sue relazioni con i colleghi, Toni entra a far parte dei principali gruppi alpinistici mondiali della sua epoca.
Dal 1948 è membro del GHM (Groupe Haute Montagne) francese, quarto italiano dopo Emilio Comici, Agostino Cicogna e Giusto Gervasutti. Il GHM è stato fondato nel 1919 con l’obiettivo di riunire l’élite degli alpinisti che realizzano itinerari importanti sulle grandi pareti nel mondo e in generale per sostenere l’alpinismo di alto livello francese ed internazionale.
Dal 1965 è anche membro dell’Alpine Club inglese, che, fondato nel 1857, è stato il primo club alpinistico al mondo. Ha raggruppato per ogni generazione i principali alpinisti inglesi ed ora ha membri in più di 30 paesi. Pubblica dal 1863 l’Alpine Journal, che è la più antica rivista alpinistica al mondo. Inizialmente aperto solo agli alpinisti, solamente nel 1965 viene modificato il regolamento per consentire l’accesso anche alle guide alpine. La prima guida ammessa è Gaston Rebuffat, e 6 mesi dopo Toni è la seconda, grazie alla lettera di introduzione del 19 settembre 1965, scritta dal suo amico Anthony Rawlinson (1926-1986), alpinista appassionato, membro dell’Alpine Club (di cui sarà presidente nel 1986) e alto funzionario del governo inglese nel ministero del tesoro, dell’industria, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’ambasciata inglese in USA.
“È per me un grande piacere proporre il Dott. Toni Gobbi per l’adesione a questo Club Alpino. […]. Divenne portatore nel 1943, e guida di Courmayeur nel 1946. Nei successivi quindici anni fu una delle guide più attive e intraprendenti di Courmayeur, specializzandosi in percorsi come la Cresta Sud dell'Aiguille Noire, la Cresta Hirondelles alle Grandes Jorasses, e la Cresta Innominata e Route Major e Peuterey del Monte Bianco. […] È anche titolare di un negozio a Courmayeur. Non solo questo è un ammirevole negozio di attrezzatura, ma la sua immancabile disponibilità a consigliare e aiutare gli alpinisti senza guida di tutte le nazionalità lo ha reso un luogo di incontro a terra e una sala club. Molti di noi devono molto al suo aiuto. […] È uno degli amici più apprezzati che mi sono fatto attraverso l'arrampicata. Sul terreno lo ritengo del tutto idoneo all'appartenenza a questo club e sono particolarmente lieto che le modifiche al regolamento sulle guide permettano di proporlo. Il suo desiderio di entrare a far parte del Club nasce, lo so, da un rispetto generale per il Club e per tutto ciò che ha rappresentato. […].”

Toni Gobbi

Negli anni ’50 e ’60 Toni diventa amico e frequenta regolarmente i più grandi alpinisti dell’epoca, da Gaston Rebuffat a Lionel Terray, da Cesare Maestri a Kurt Diemberger e Riccardo Cassin. “Ricordo le frequenti cene con grandi alpinisti. Soprattutto Terray era simpaticissimo, anche Rebuffat ma meno!” ricorda la figlia Maria Barbara.

Toni Gobbi with Rebuffat

Toni Gobbi with Lionel Terray and Tenzin

Alla fine, perché si va in montagna? La riposta più completa mio nonno la dà in una intervista rilasciata pochi mesi prima di morire: “Ogni uomo ha la sua risposta. Come nell’amore o nell’amicizia, ciascuno di noi porta alla montagna ciò che ha, chiede ciò che gli manca. Nei mei ricordi di alpinista potrei dividere i miei compagni in tre o quattro grosse categorie: c’è quello che trova nel rischio delle cordate il surrogato alle imprese di guerra (un tipo, per fortuna, abbastanza raro); c’è poi chi ha bisogno di misurarsi con un ostacolo, di vedere fino a che punto sa vincere le difficoltà esterne e la paura in sé stesso; infine c’è l’alpinista che in montagna insegue un miraggio, l’evasione, il silenzio, la purezza e la sincerità dei rapporti, la gioia dello sforzo fisico, e quella specie di carica esilarante, di droga sottile che ha l’aria dei quattromila metri. Personalmente, ho amato e cercato la montagna per tutte queste ragioni, e una ancora: la paura di invecchiare, di assistere alla decadenza del mio corpo, come uno vede sciuparsi la pista immacolata all’arrivo delle orde turistiche. La montagna mi aiuta a fermare la giovinezza.”

Toni Gobbi

 Foto: Archivio Grivel.

Oliviero Gobbi

 

Oliviero Gobbi. Dopo una laurea in fisica ed un master in management, ha lavorato alcuni anni come consulente strategico in grandi multinazionali per poi entrare in Grivel, azienda di famiglia, di cui è oggi titolare e AD. Ama tutte le discipline della montagna, dall’alpinismo al ghiaccio, dalla roccia allo sci alpinismo, che pratica come e quando può. Il suo prodotto Grivel preferito è quello ancora da inventare.

 


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